Design & Arte News

Fotografia di cani: oltre lo scatto.

Sguardi affettuosi

Fotografia di cani: oltre lo scatto.

Chiara Bracale racconta un approccio emozionale fatto di empatia, relazione e storie condivise

Non semplicemente fotografare immagini ma catturare emozioni.  Questo il lavoro di Chiara Bracale, che nel mondo della pet photography ha scelto di raccontare i cani andando oltre la superficie, cercando in ogni scatto autenticità, relazione e carattere.
I suoi ritratti sono veri frammenti di storie condivise tra animali e umani. Un lavoro fatto di pazienza, ascolto e rispetto dei tempi di ogni soggetto.

In questa intervista ci fa entrare nei suoi occhi, nel suo sguardo, dove la fotografia diventa un atto d’amore verso il mondo animale.

Come è nata la tua passione per la fotografia di cani?
Credo che la fotografia fosse nella mia vita prima ancora che io capissi cosa farne. Se mi guardo indietro infatti mi accorgo che in realtà io ho sempre fotografato.
I cani invece sono entrati quasi per gioco nel 2012, quando è arrivato Jethro, il mio primo Leonberger. Fotografarlo non era un progetto, era un gesto quotidiano, un modo per guardarlo meglio.

Solo col tempo ho capito che stava cambiando anche il mio sguardo. E ho iniziato ad avvertire in maniera sempre più netta il bisogno di un linguaggio coerente con me, con il mio modo di stare al mondo. Ho lasciato dunque un posto fisso per aprire il mio studio fotografico, il primo in Italia interamente dedicato alla fotografia di animali. Non è stata una scelta romantica, ma una scelta necessaria.

Fotografare cani è diventato il mio linguaggio per parlare di identità, legami e verità che non chiedono di essere spiegate. Da lì sono nati tutti i miei progetti: Tat2&Dogs, dove esploro la connessione tra cani e tatuaggi come segni di identità;  Legami su Tela, un progetto in cui il rapporto tra persone e animali si traduce in fotografie che diventano vere e proprie tele da custodire, oggetti che abitano la casa e rendono visibile ciò che altrimenti resterebbe invisibile, e che non scompare nel tempo di uno scroll del telefono.
Non sono idee a tavolino, ma la conseguenza naturale di uno sguardo che non voleva più mentire.

Fotografare un cane è molto diverso dal fotografare una persona. Qual è la principale sfida nel lavorare con soggetti a quattro zampe?
La vera sfida è creare uno spazio in cui il cane stia bene davvero. Per me il set non è mai un luogo di prestazione, ma di esperienza. Il cane non deve “saper fare qualcosa”, deve potersi muovere, osservare, giocare, annoiarsi perfino. Solo così resta aperto, presente, autentico.

E solo così può nascere la magia, quando il cane dimentica la macchina fotografica e vive quel momento come un tempo suo. Io mi inserisco lì, in punta di piedi.
È un approccio che va controcorrente, perché richiede di rallentare e di rinunciare a un’estetica standardizzata. Ma è l’unico modo che conosco per rispettare davvero chi ho davanti.
Se il cane si diverte, se è sereno, se si sente al sicuro, l’immagine cambia. E si vede.

 

Chiara Bracale

Quanto è importante creare una relazione di fiducia con il cane prima di iniziare uno shooting? Hai un tuo rituale o un approccio particolare?
La fiducia non viene prima dello shooting: è la condizione sine qua.
Ogni cane ha un modo diverso di stare nel mondo, e proprio per questo non ho un rituale fisso. Standardizzare l’approccio significherebbe infatti smettere di stare in ascolto.

Ogni volta quindi lascio che sia il cane a dettare tempo e ritmo, e io mi limito ad entrare nel suo spazio con rispetto. A volte si gioca, a volte si osserva, a volte si aspetta. Il tempo non è mai una perdita, è parte fondamentale del lavoro.
Ed è proprio quando un cane si sente libero di essere sé stesso che il set diventa allora un’esperienza piacevole, non una prova da superare.
Il mio compito è proteggere quel benessere. Se il cane sta bene, l’immagine arriva. Sempre.

Spesso parli di “raccontare l’anima” di un cane attraverso una fotografia. Cosa significa per te?
Ogni cane porta addosso una storia, a volte evidente, a volte nascosta. Raccontare l’anima per me quindi significa assumersi un rischio. Vuol dire non uniformare, non addolcire, non correggere ciò che rende quel cane diverso. Il mio lavoro è non cancellare quella storia ma, anzi, raccontarla.

È lo stesso principio che attraversa Tat2&Dogs. Il tatuaggio e la condivisione del cammino di vita con un cane si fondano su un principio fondamentale: non sono scelte neutre. Sono dichiarazioni di identità. Segni che restano, che dividono, che non cercano approvazione.
Metterli insieme non è un esercizio estetico, ma un atto di coerenza: raccontare chi ha deciso di stare fuori dalle linee, con orgoglio.

Fotografo quindi per rendere questi segni e queste scelte riconoscibili. Se un’immagine disturba un po’, se non rassicura subito, allora spesso è quella giusta.

Dog Photo Varese

C’è una storia, un servizio o un incontro che ti ha particolarmente segnata dal punto di vista umano ed emotivo?
Sì. È successo a Lampedusa. Ero lì con LNDC Animal Protection per documentare la situazione dei cani liberi sul territorio. Non era un contesto protetto, non era uno shooting. Era realtà, nuda.

Ho fotografato Leo così com’era, nel suo spazio, nel suo tempo. Non ho cercato uno scatto “forte”, ho cercato di non tradire quello che avevo davanti. In quel momento ho sentito chiaramente che la fotografia poteva essere uno strumento di testimonianza, non di interpretazione.

Quella foto ha vinto l’International Pet Photographer of the Year 2023, categoria Documentary. Ma il premio non è il punto. Il punto è che Leo mi ha ricordato perché fotografo: per dare dignità, per fermare uno sguardo, per non voltarmi dall’altra parte.

Tra i tuoi numerosi progetti c’è anche la collaborazione con il Canile di Varese. Che valore ha per te fotografare cani in difficoltà e dare loro “voce” attraverso le immagini?
Nell’autunno del 2020, in pieno Covid, ho sentito l’urgenza di rendere la mia fotografia uno strumento capace di avere un impatto reale nel sociale. È stato allora che sono entrata al Canile di Varese come fotografa, con la voglia di raccontare dignità e personalità dei cani che spesso restano invisibili.

Oggi il mio ruolo si è ampliato: continuo a fotografarli, ma come membro del direttivo mi occupo anche di comunicazione e raccolta fondi, cercando di trasformare le immagini in opportunità concrete per i cani. Ogni ritratto nasce dalla consapevolezza che questi animali hanno storie e identità proprie. Il mio compito è restituire loro visibilità e dignità, non pietà.

Creare immagini che parlano di loro significa offrire un ponte tra chi li osserva e chi li vive davvero: permettere a chi guarda di riconoscere unicità, carattere, anima. Progetti come questo mi ricordano che la fotografia non è solo estetica: è testimonianza, memoria, possibilità di cambiamento. E quando un’immagine apre uno spiraglio di attenzione, anche per un solo cane, allora il mio lavoro ha senso.

Enzo Scudieri

Dog Photo Varese

Potrebbe piacerti...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *